Tamponi (due), quarantena e burocrazia: il ritorno degli italiani in Cina

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TIANJIN – “Benvenuti alla Cina”. Uno dei membri della squadra sanitaria, una giovane donna, se lo è scritto con un pennarello sullo scafandro bianco a prova di virus. Un piccolo gesto per rendere l’accoglienza più calorosa. Del resto il nostro gruppo, appena sbarcato all’aeroporto di Tianjin, è la prima comitiva di italiani autorizzata a rimettere piede sul territorio del Dragone, dopo la pandemia e la chiusura delle frontiere agli stranieri. Le autorità della metropoli di Tianjin, 150 chilometri a Sudest di Pechino, hanno pure mandato gli studenti di italiano dell’università a fare da traduttori. Ma il calore si mischia all’apprensione, di fronte a questa sfilza di addetti bardati come cosmonauti, scafandri, guanti, occhialoni e mascherine. Il messaggio che arriva è soprattutto di cautela, estrema: in questo suo inizio di riapertura, la Cina non vuole imprevisti e si aspetta un rigoroso rispetto delle regole. Tra agenti delle dogane, operatori sanitari, interpreti, imprecisati funzionari, sono ben oltre il centinaio le persone schierate per noi alla discesa dell’aereo, pronte a incanalarci in un percorso di schedature e controlli che ci porterà dritto in quarantena, senza contatti con il resto del mondo.

Il primo test per il Covid-19, il famoso tampone, per la verità lo avevo dovuto fare già in Italia, condizione imposta dalle autorità cinesi per salire sull’aereo del rientro. Un volo speciale operato dalla compagnia Neos per una cinquantina di persone, per lo più diplomatici con famiglie e giornalisti, le prime categorie a cui il rigido ministero degli Esteri comunista ha dato luce verde (per le altre, centinaia di concittadini bloccati in Italia lontano da mogli, figli, lavoro, continuano le trattative). Bastano le prime dieci file di aereo per accomodarci tutti, le altre sono coperte con dei lenzuoli bianchi, abbastanza spettrali. Partenza da uno scalo di Fiumicino ancora semideserto alle 17 di giovedì, destinazione modificata all’ultimo: non più la capitale Pechino, troppo “sensibile”, bensì la metropoli satellite di Tianjin.
Scesi dall’aereo il livello di prudenza è subito evidente, dallo spiegamento di forze e dalle rigide procedure di accettazione in cui veniamo incanalati. Si parte con un doppio controllo della temperatura, è la stazione 1. Poi la schedatura sanitaria, stazione 2. Il questionario, tradotto con premura ma un po’ di fretta in italiano, chiede se nelle ultime due settimane abbiamo visitato ristoranti, partecipato ad “attività che c’erano molte persone insieme”, oppure “toccato o mangiato gli animali servaggi”. Proprio così: servaggi. E con le domande iniziano pure le raccomandazioni, o meglio gli ordini. Entrando in Cina accettiamo di sottoporci a un “isolamento centralizzato”, cioè in un hotel scelto dalle autorità, per due settimane, chi sgarra può incorrere in pene fino a tre anni di reclusione. Sottoscritto l’impegno si passa alla stazione 3, il non piacevolissimo tampone. Poi la 4, l’immigrazione, seguita da una serie imprecisata di banchetti sempre presidiati da personale in tuta sterile, che consegna e ritira fogli in un turbine di burocrazia. È una specie di gimkana nel terminal deserto dell’aeroporto, normalmente brulicante di passeggeri, costantemente osservati o scortati da un addetto, fino al bus che ci porta a recuperare i bagagli, nel frattempo disinfettati, e poi, dietro una macchina dalla polizia, verso l’hotel della quarantena.


   
Non dobbiamo scaricare nessuna app di monitoraggio. Almeno per il momento viene registrato tutto con i cari vecchi fogli di carta e i timbri rossi, emblema delle scartoffie comuniste. Ma il processo è abbastanza veloce ed efficiente. Impossibile non pensare al mio ritorno da Pechino a Roma, lo scorso primo marzo, quando il focolaio lombardo era appena emerso: all’aeroporto di Fiumicino nessuno mi domandò da dove arrivassi. Se non mi fossi auto denunciato avrei potuto attraversare i controlli senza lasciare traccia. Con tutta evidenza la Cina non vuole correre lo stesso rischio di “importare” casi dall’estero, dopo aver fatto enormi sacrifici per contenere l’epidemia sul proprio territorio. Ma è altrettanto evidente che questo tipo di screening a maglie strette è possibile solo se finché la riapertura delle frontiere è limitata e selettiva. 
 
Il bus ci scarica all’hotel, in un’anonima semiperiferia di Tianjin, dove al check-in ci aspetta altro personale intabarrato, con altre carte da compilare. In teoria doveva essere solo l’albergo dove aspettare i risultati dei tamponi (che arriveranno in quattro ore, tutti negativi), ma a un certo punto scopriamo che passeremo lì le due settimane di quarantena, ennesimo cambio di programma. Il soggiorno è a nostre spese, si può scegliere tra stanze di tre grandezze, quella intermedia ha qualità più che dignitosa, prezzo modico e vista su un quartiere popolare di Tianjin. Sotto, un gruppo di anziani sta chiacchierando attorno a una panchina. Quasi nessuno porta più la mascherina, in Cina non è più obbligatoria.
 
In stanza ci sono due casse d’acqua, un foglio con i numeri utili, compresa una linea verde per l’assistenza psicologia, e le solite raccomandazioni rimesse nero su bianco. Dovremo misurare due volte al giorno la temperatura, comunicandola a un funzionario sanitario via WeChat, il social cinese. Ovviamente è categoricamente vietato mettere piede fuori dalla camera. I pasti vengono recapitati alla porta dai soliti cosmonauti in bianco tre volte al giorno. È cucina cinese un po’ basica, ma in teoria è possibile anche ordinare a domicilio. Stando alle informazioni che circolano sul gruppo chat degli italiani in quarantena, subito animatissimo, pare che a Tianjin ci siano un paio di discrete pizzerie. In ogni caso ho portato un po’ di scorte dall’Italia. Ormai sono veterano: è la mia terza quarantena, dopo quella al ritorno a Pechino da Wuhan, il 23 gennaio, all’inizio di tutto, e quella al ritorno a Roma da Pechino, il primo marzo, mentre l’Italia veniva travolta dal virus. Mi chiedo come sarà la situazione all’uscita, fra due settimane: proprio in queste ore a Pechino, dove vivo e dove dovrei tornare, è emerso un nuovo focolaio. La capitale verrà chiusa di nuovo? Non resta che contare i giorni, meno quattordici…
 
Fonte: Repubblica

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