Riace, il Consiglio di Stato dà ragione a Mimmo Lucano

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Un diluvio di messaggi, da tutta Italia e persino dall’estero. Da quando il Consiglio di Stato ha sconfessato la chiusura di tutti i progetti Sprar di Riace ordinata dal Viminale all’epoca in mano al leader della Lega, Matteo Salvini, sulla bacheca dell’ex sindaco Mimmo Lucano è pioggia di solidarietà. Che arrivano da attivisti, simpatizzanti, da chi ha costruito “il paese dell’accoglienza” e da chi l’ha guardato da lontano. Ma Lucano che di quel borgo era sindaco, nonostante la vittoria da giorni non nasconde l’amarezza e la rabbia. “Volevano distruggere Riace e ci sono riusciti” dice a chiunque gli chieda un commento.

Ed in effetti, dopo il Tar, anche il Consiglio di Stato ha stabilito che il Ministero dell’Interno all’epoca ha deciso di agire quanto meno troppo in fretta, senza dare la possibilità all’amministrazione di sanare eventuali mancanze o irregolarità, per altro neanche puntualmente contestate o segnalate. Anzi – segnalano i giudici – il Viminale non si sarebbe neanche disturbato ad inviare una diffida. Nonostante questo, a pochi giorni dall’arresto dell’allora sindaco Lucano, travolto dall’inchiesta della procura di Locri che ha letto nel borgo dell’accoglienza un sistema criminale, il ministero di Salvini ha disposto il trasferimento dei migranti, posti tutti davanti ad una scelta: ricollocazione o rinuncia al circuito dell’accoglienza. E non poteva farlo.


Su questo i giudici sono chiarissimi. “L’Amministrazione statale prima di adottare qualunque misura demolitoria deve attivarsi per far correggere i comportamenti non conformi operando in modo da riportare a regime le eventuali anomalie” si legge nella sentenza, che sottolinea anche che “il potere sanzionatorio/demolitorio è esercitabile solo se l’ente locale che si assume sia incorso in criticità sia stato avvisato, essendogli state chiaramente esposte le carenze e le irregolarità da sanare, gli sia stato assegnato un congruo termine per sanarle, e ciò nonostante, non vi abbia provveduto”.

Con Riace non è mai successo. Anzi, aggiunge il Consiglio di Stato, la nota con cui il Viminale ha cancellato tutti i progetti “non solo non soddisfa i requisiti di forma stigmatizzati dal Tar, ma neppure quelli sostanziali, non potendo ritenersi che abbia raggiunto il suo scopo”. Perché il ministero non si può limitare a sanzionare ma deve anche permettere a enti e amministrazioni di metterci una pezza. Per altro, individuando con precisione criticità, errori e guai, ma “con riferimento alle irregolarità amministrative e gestionali la nota è assolutamente generica” tuonano i giudici.

Aggrappato a meri formalismi procedimentali, segnala il Consiglio di Stato, il Viminale ha finito anche per avere un atteggiamento contraddittorio, perché le difficoltà del “sistema Riace” erano note ma il progetto non era mai stato revocato. Anzi, aveva ottenuto una proroga. E questo perché, nonostante il caos amministrativo che – riconoscono i giudici – “emerge con chiarezza dagli atti di causa”, Riace stava svolgendo un ruolo e una funzione positiva.  C’erano “riconosciuti ed innegabili meriti” che avrebbero giocato “un ruolo decisivo nel ritenere superate (e non penalizzanti) le criticità”. In più, si legge negli atti, “averne autorizzato la prosecuzione, lasciando la gestione di ingenti risorse pubbliche in mano ad un’amministrazione comunale, per quanto ricca di buoni propositi e di idee innovative, ritenuta priva delle risorse tecniche per gestirle in modo puntuale ed efficiente appare fonte di danno erariale”. 

Insomma, se davvero il ministero è convinto che la decisione giusta fosse quella di chiudere il progetto deve rispondere – in soldoni – per averlo in precedenza prorogato. Ma “che il “modello Riace” fosse assolutamente encomiabile negli intenti ed anche negli esiti del processo di integrazione – si legge – è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti». Ma non è bastato al ministero dell’Interno di Salvini. E quel percorso è stato fermato.

Fonte: Repubblica

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