L’Empire State Building diventa “green”: meno 40% di emissioni di gas serra

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NEW YORK – Di questi tempi è semivuoto, come gran parte dei grattacieli di Manhattan: nonostante la fine del lockdown, molte aziende che hanno gli uffici nell’Empire State Building preferiscono tenere i dipendenti in smartworking. Non è la prima volta che il grattacielo-simbolo della Grande Mela attraversa una crisi economica acuta. In realtà lo “skyscraper” più celebre del mondo nacque proprio sfidando la madre di tutte le crisi: la Grande Depressione. Forte della sua storia, oggi vuole conquistarsi un altro ruolo simbolico, come faro della sostenibilità. Grazie a una serie di innovazioni, adottando le tecnologie più avanzate per risparmiare energia e ridurre le emissioni carboniche, l’Empire State Building è pronto per un’altra rinascita collettiva, all’insegna dell’ambientalismo. Meno 40% di emissioni CO2 è il primo traguardo raggiunto dal grattacielo, ma all’orizzonte ci sono ulteriori riduzioni nella sua “impronta” ambientale.

“Empire State of Green”, lo battezza Sarah Kaplan in un ampio reportage illustrato sul Washington Post. Empire State, è il secondo nome dello Stato di New York, un appellativo che evoca l’aurora di un’America imperiale, i tempi dei cugini Teddy Roosevelt e Franklin Roosevelt, gli ultimi politici newyorchesi che governarono l’America. Il secondo dei Roosevelt si lanciò alla conquista della Casa Bianca quando la Grande Depressione era già iniziata, e la costruzione del grattacielo pure.


L’apertura del cantiere dell’Empire State Building, all’incrocio fra la Quinta Avenue e la 34esima Strada, avvenne pochi mesi dopo il crac di Wall Street del settembre-ottobre 1929. Mentre muratori, operai e capomastri innalzavano il gigante da 102 piani in stile Art Déco – che per decenni grazie ai suoi 443 metri ebbe il record di altezza tra gli “high-rise” – la Kaplan ricorda che trenta isolati più a nord Central Park era un bivacco per disoccupati. Le code per pane e minestra alle mense dei poveri si allungavano in tutta la città.

All’inaugurazione nel maggio 1931 la depressione era così grave che l’Empire State Building ebbe solo venti inquilini, un’inezia per un edificio che ha 209.000 metri quadri di superficie utile. Ma il consorzio di imprenditori che lo costruirono nominò come primo presidente della società di gestione il politico democratico Alfred E. Smith, predecessore di Franklin Roosevelt al governo dello Stato di New York. Smith volle che l’Empire fosse come un faro nella notte, sempre illuminato anche nei tempi più duri della crisi, anche se gli uffici rimanevano desolatamente vuoti, per infondere speranza sulla rinascita di New York e dell’America.

La storia si ripete, quasi novant’anni dopo. L’Empire non spegne mai le sue luci, semmai cambia colori: talvolta per omaggiare i “first responder“, i lavoratori impegnati ad affrontare in prima linea l’emergenza sanitaria, dal personale medico alle ambulanze. Anche se il lockdown è stato tolto e New York tenta di avviarsi verso la normalità, lo shock economico è tremendo e uno dei settori più esposti è proprio l’edilizia per uffici, impoverita dall’ecatombe di fallimenti.

Ma l’Empire aveva cominciato da anni la propria rinascita ambientalista. Accelerata da altri shock come l’uragano Sandy del 2012, la metamorfosi del grattacielo ha visto arrivare nuovi ascensori capaci di generare energia mentre si muovono; finestre di materiali ultra-isolanti che minimizzano l’uso di aria condizionata o riscaldamento; illuminazione con tecnologia Led che abbatte il consumo di elettricità.

La sfida è cruciale perché riguarda un settore energivoro e inquinante per eccellenza. Anche se abbiamo tutti tendenza a concentrare l’attenzione sulle centrali elettriche o sue automobili, in realtà l’edilizia è uno dei grandi distruttori dell’ambiente: sia quando edifica, perché i cantieri sono fabbriche di polveri tossiche; sia quando i palazzi ospitano abitanti e uffici, e divorano energia.

The United Nations Environment Program stima che il 39% delle emissioni carboniche viene dal settore edile, nelle fasi di costruzione più quelle di abitazione-uso degli edifici. Ma nel caso di una città come New York questa percentuale sale ai due terzi. Inutile limitare il traffico, se nons’interviene sull’impatto ambientale dei grattacieli.

L’Empire State Building sta dimostrando che si può. È solo a metà strada: il suo percorso è tracciato fino a un’ulteriore riduzione del 40% delle emissioni. E ancora una volta il cambiamento deve avvenire in una fase d’impoverimento generale, in cui la tentazione è tagliare anche gli investimenti verdi.

Fonte: Repubblica

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