La cultura riparte dai libri: i finalisti dello Strega raccontano a Parma i loro romanzi

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L’estate parmigiana si apre con un importante evento, organizzato dall’assessorato alla Cultura del Comune,  in collaborazione con la Fondazione Bellonci, occasione e prova di ripartenza post lockdown per la città Capitale italiana della Cultura: lunedì 22 giugno, i finalisti del prestigioso Premio Strega, Jonathan Bazzi, Gianrico Carofiglio, Gian Arturo Ferrari, Daniele Mencarelli, Valeria Parrella e Sandro Veronesi, intervistati da Alessandra Tedesco, hanno incontrato i lettori a Parma all’Arena estiva del cinema Astra per dialogare intorno alle storie che prendono vita nelle pagine dei loro romanzi.

La tappa parmigiana del Premio Strega rappresenta “un motivo di assoluto orgoglio per la ripartenza di Parma 2020”, osserva in apertura della serata il sindaco Federico Pizzarotti. “La cultura è stato uno dei settori più colpiti dal lockdown ma i libri ci hanno accompagnato nelle lunghe giornate di attesa”.


Ed è dalla cultura, osserva l’assessore Michele Guerra, “che ripartirà il senso di quel vivere comune bruscamente interrotto in questi mesi. La letteratura è stata l’occasione per continuare a confrontarci con quel mondo immaginario che ci permette di capire meglio della realtà quale è il nostro posto nella vita che abitiamo ogni giorno: non c’era occasione migliore di questa per riprendere il discorso dalle parole che ci hanno accompagnato”.

I finalisti quest’anno sono sei invece di cinque, come spiega Stefano Petrocchi, direttore della fondazione Bellonci: una clausola prevede infatti che, nel caso in cui la cinquina comprenda solo libri espressione della grande editoria, venga inserito tra i finalisti il libro di una casa editrice medio-piccola con più punti.

Febbre (Fandango) di Jonathan Bazzi, osserva Alessandra Tedesco, è un potente romanzo autobiografico in cui si racconta “della crescita di Jonathan a Rozzano, un mondo in cui i maschi devono essere maschi e le femmine devono essere femmine, messe da parte da una cultura maschilista e violenta. Il bambino Jonathan, che ama giocare con le bambole, non si ritrova in questo mondo”.

Il contesto, racconta l’autore, è quello di un paese a grande prevalenza di case popolari, molto vicino a Milano “ma con una qualità psichica ed emotiva del tutto diversa: codici pervasivi regolano il mondo di maschi e femmine in base a criteri di iper-normalità. Ogni tentativo di sconfinamento viene immediatamente riconosciuto e sanzionato. Sono molte le Rozzano d’Italia”.

In un ambiente con categorie del maschile e del femminile blindate, il bambino osserva le violenze degli uomini agiscono ogni giorno sulle donne della famiglia: “Non potendo reagire a quelle violenze, le ho registrate dentro di me. Poi ho dovuto raccontarle”. Alle radici del romanzo, “l’idea che il dolore e la sofferenza che riguardano le nostre caratteristiche sono tali solo se assecondiamo lo status quo, le idee tradizionali. La scommessa è che sia possibile dare a qualsiasi nostra caratteristica un significato nuovo rispetto a quelli dominanti”.

Parma, l’Astra estiva ha riaperto nel segno dei libri – Foto
Romanzo di formazione anche Ragazzo italiano (Feltrinelli) di Gian Arturo Ferrari, ex numero uno della Mondadori al suo esordio letterario: alla fine degli anni Quaranta, l’infanzia di Ninni è collocata tra luoghi molto diversi, l’Emilia rurale, il nord crudo e brutale della Lombardia industriale e Milano “città che impazziva di lavoro e futuro”.

Nella storia di Ragazzo italiano si riflette la storia dell’intero Paese, la povertà e l’ansia di futuro di una generazione figlia della guerra dove la scuola è al centro di un percorso esistenziale, nel bene e nel male, luogo in cui le differenze vengono rimarcate o motore per una trasformazione: “Nel primo banco stavano i figli degli industriali. Quando andavo in prima elementare, la maestra era infastidita dalla mia balbuzie: credeva che fossi scemo. Questo ha inciso moltissimo nella mia vita: ho smesso di essere balbuziente quando ho iniziato a parlare in pubblico, facendo politica al liceo, assumendo la responsabilità del discorso”. Il trasferimento a Milano, “città che era circondata da una fascia di baracche”, segna la svolta nella vita del protagonista: “A Milano ho incontrato un maestro che trattava tutti nello stesso modo, un sincero democratico: posso dire che la scuola pubblica è stata il collante della mia vita. Il modo in cui oggi trattiamo la scuola è stupido oltre che ingiusto.” Il sentimento che percorre le pagine del romanzo “è quello di una fiducia nel futuro della quale oggi abbiamo molto bisogno”.

In una scuola molto particolare è ambientato Almarina di Valeria Parrella (Einaudi): la protagonista, Elisabetta, insegna matematica nel carcere minorile sull’isola di Nisida. Qui l’incontro con Almarina, ragazza romena di 16 anni con alle spalle un passato di violenza familiare. Anche in questa narrazione i luoghi sono fondamentali: se il carcere di Nisida è, paradossalmente, il luogo in cui Elisabetta si sente libera, “Napoli, città che può essere molto accogliente ma anche continua trappola burocratica e di disinteresse verso l’altro, città verticale e complessa, è un luogo da cui Elisabetta, vedova da tre anni, deve in qualche modo scappare. Il lavoro sarà il suo luogo di liberazione anche da un passato cogente”, racconta l’autrice.

“Il libro accompagna il personaggio a superare il lutto, a fare questo giro a spirale su se stessa: credo che ci sia la possibilità di tornare su se stessdi ritrovandosi a un livello superiore”. Nell’incontro con Almarina, nella scoperta delle violenze subite dalla ragazza da parte del padre, “il punto in cui la professoressa inizia a imparare dalla sua alunna scoprendo che sotto la superficie non siamo tutti uguali.” Come nell’Antigone, prosegue l’autrice, “una distanza, una cesura segna la relazione tra cittadino e Stato, due termini che vanno in contrasto: scrivere di questi temi significa anche cercare una conciliazione impossibile”.

Un altro luogo in cui la libertà viene limitata è l’ospedale psichiatrico: “Nel romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, edito da Mondadori, una storia in parte autobiografica in cui si racconta del giovane Daniele che a vent’anni subisce un TSO passando una settimana in ospedale psichiatrico per uscirne con una diagnosi di depressione maggiore. Daniele è percorso da una, fortissima, continua ricerca di senso che finisce per coincidere con la sua malattia”, osserva Tedesco.

Compagni di Daniele nel reparto ospedaliero, cinque uomini ai margini, come lui travolti dalla vita, come lui incapaci di non sentire e amare oltre misura. Il romanzo, osserva Tedesco, si pone anche come ricerca su cosa sia malattia mentale. “Daniele sembra essere scorticato, senza pelle, subisce tutti gli umori delle persone che gli sono accanto e ne viene invaso. Questa sua estrema sensibilità diventa malattia mentale. Come si esprime una ricerca di senso che viene canonizzata dagli altri come malattia? Il romanzo tenta di ragionare in maniera umile sulla natura umana, su quello che oggi è il perimetro della natura umana: oggi la lingua che perimetra noi esseri umani è solamente quella della scienza. Non è un libro contro la psichiatria ma è un libro in cui si ricorda che l’uomo ha bisogno di più lingue in dialogo tra loro per dire la sua natura. La dimensione dell’uomo è la crisi perché siamo finiti e c’è un destino che non conosciamo: ricordare di essere finiti è l’unico modo per entrare in relazione con l’altro. Ed entrare in relazione con la propria natura è il primo passo per sopravvivere”.

Marco Carrera, il protagonista de Il colibrì di Sandro Veronesi (La nave di Teseo), ha una vita sottoposta a potenti urti emotivi tra i quali il suicidio della sorella. Come il colibrì, il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, per restare nella propria posizione. “La vera tragedia che segna Marco è quella della morte della sorella Irene, dotata di una sensibilità diversa da tutti gli altri”, racconta Veronesi. “Irene non chiude gli occhi su niente, vuole sapere tutto in una famiglia complicata, in una vita complicata. Irene è una di quelle persone che sono una condanna ma anche una grande ispirazione: se sono dentro la tua famiglia, nel tuo sangue, portano la tragedia in ogni caso anche se non si tolgono la vita”.

Il protagonista sperimenta su di sé una capacità di resistere agli urti emotivi mantenendo le proprie caratteristiche: Marco ha la natura di un pastore che si prende cura degli altri. Ma nonostante la sua cura, gli altri spariscono lo stesso, Marco non riesce a trattenerli: “Il romanzo vuole dire anche questo: se ci sono delle perdite anche più dolorose di quelle che siamo disposti a considerare normali, se riesci a rimanere al mondo e riesci a rimanere fatto di quella sostanza in cui ti sei riconosciuto, mantenendo la tua integrità, quando passa il treno, tu ci sei. E se passa quando sei vecchio, tu ci sei. Il treno di una conversione può arrivare anche negli ultimi istanti di vita. Nel caso di Marco, l’occasione sarà quella di prendersi cura di nuovo, da pastore, di un’altra vita, più necessaria della sua: ma stavolta funziona”.

Le occasioni perdute che si ripresentano, le svolte imprevedibili del destino sono al centro de La misura del tempo di Gianrico Carofiglio (Einaudi). Il protagonista, Guido Guerrieri, da ragazzo incontra Lorenza e ne subisce la fortissima fascinazione: “Lorenza lo seduce e gli dà nello stesso tempo la sensazione che lui non potrà mai averla davvero. La donna, più grande di lui, dotata di una padronanza sconvolgente, come un mentore lo accompagna nel territorio di mezzo dalla giovinezza all’età adulta. Lo seduce ma gli insegna anche molto, gli apre orizzonti nuovi”.

La Lorenza che riappare nella vita del protagonista dopo molti anni è una donna profondamente diversa, priva del fascino abbagliante, carico di promesse, che possedeva nella giovinezza: “Sono sempre stato affascinato dalle sliding doors, dai destini che sembrano andare in una direzione ma vanno in tutt’altra, dal successo inspiegabile come dai disastri imprevedibili che pure si verificano, contraddicendo ogni aspettativa: come è possibile che premesse straordinarie finiscano in modo disastroso?”.

Il sentimento del tempo che agisce tra le pieghe del romanzo è quello di una acuta nostalgia per lo stupore, osserva Alessandra Tedesco che con tutti gli autori dialoga con sensibilità facendo emergere il cuore di senso delle narrazioni: “Guerrieri danza su un abisso di tristezza. Tutti facciamo esperienza del fatto che il tempo sembra accelerare il suo corso col procedere dell’età”, osserva l’autore “La nostalgia per lo stupore nasce dal fatto che lo stupore è forse il più potente antidoto al tempo che passa”.

Nelle diverse, potenti narrazioni che hanno preso corpo nel dialogo con i finalisti del premio Strega, la scrittura è questo antidoto con il quale, in qualche modo, l’uomo tenta di trarre in salvo relitti del suo essere nel mondo, di passaggio, dando loro forma e lasciando intravedere la luce di un senso possibile.

L’annuncio del vincitore del Premio Strega 2020 avrà luogo giovedì 2 luglio, come di consueto al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, e sarà trasmessa in diretta televisiva da Rai Tre, per la conduzione di Giorgio Zanchini, ospite speciale Corrado Augias. 

Fonte: Repubblica

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