Il testamento spirituale di Sarah Hegazi: “Così il regime ha scavato un buco nero nella mia anima”

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Gli islamisti e lo Stato si fanno concorrenza in materia di estremismo, ignoranza e odio, proprio come lo fanno in violenza e brutalità. Gli islamisti puniscono chi dissente da loro con la morte, e il regime al potere punisce chi la pensa in modo diverso con il carcere. La si potrebbe descrivere come una battaglia di religione, intesa non come un insieme di usanze religiose, bensì come il senso di orgoglio e di superiorità che deriva dalla sola appartenenza ad una pratica di rituali precisi.  Il regime ricorre ai suoi sistemi – i mezzi di comunicazione e le moschee – per far sapere alla società egiziana, che si sottintende essere ‘religiosa per sua stessa natura’, che anch’esso “tutela la religione e la morale collettiva, quindi non c’è bisogno che gli islamisti si mettano in concorrenza con lui!”

Lo Stato, e in particolare il regime al potere, è puritano. Mentre mi arrestavano, in casa mia, davanti alla mia famiglia, un agente mi ha chiesto cosa pensavo della religione, perché non indossassi il velo e se fossi vergine o no. L’agente mi ha bendato nell’auto che mi ha portato in un posto che non dovevo riconoscere. Sono stata portata giù da una scala, senza sapere dove sarei arrivata. Ho sentito soltanto una voce di uomo dire: “Portala da al-basha”, poi ho avvertito un odore nauseabondo, e ho sentito gemiti di dolore. Mi hanno fatto sedere su una sedia, con le mani legate e un pezzo di stoffa in bocca per motivi che non riuscivo a capire. Non vedevo nessuno, nessuno mi rivolgeva la parola. Un attimo dopo, il mio corpo si è contorto dalle convulsioni e ho perso conoscenza. Non so per quanto tempo sono rimasta esanime.  


Era una scossa elettrica. Sono stata torturata con l’elettricità. Hanno minacciato di fare del male a mia madre, se ne avessi parlato a qualcuno. Mia madre che poi è morta poco dopo la mia partenza per il Canada. Torturarmi con le scariche elettriche non era abbastanza. Gli uomini della stazione di polizia di Sayeda Zeinab hanno anche aizzato le donne rinchiuse in cella con me perchè si accanissero su di me sessualmente, aggredendomi fisicamente e a parole. La tortura non è finita lì. È continuata nel carcere femminile di Qanater, dove sono stata tenuta in isolamento molti giorni prima di essere trasferita in una cella con altre due donne, alle quali mi è stato proibito di rivolgere la parola. Per tutto il tempo della prigionia mi è stato proibito di uscire alla luce del sole. Ho perso la capacità di guardare la gente dritto negli occhi.

L’interrogatorio che si è svolto presso la Procura generale dello Stato è stata una dimostrazione di ignoranza. Il mio aguzzino mi ha chiesto di fornire le prove secondo le quali l’Organizzazione mondiale della sanità non considera l’omosessualità una malattia. Il mio avvocato Mohamed Fouad ha contattato l’Oms e ha presentato un memorandum nel quale si attesta che l’omosessualità non è una malattia. La mia avvocatessa Hoda Nasrallah ha contattato le Nazioni Unite, e anche questa istituzione ha rilasciato una dichiarazione secondo cui il rispetto per l’orientamento sessuale dell’individuo rientra tra i diritti umani. Ahmed Alaa e io abbiamo dovuto rispondere di tutto questo davanti ai Procuratori di Stato. Le domande di chi mi sottoponeva a interrogatorio erano ingenue: mi è stato chiesto se il comunismo equivale all’omosessualità. Con sarcasmo mi è stato domandato che cosa impedisca agli omosessuali di praticare sesso con i bambini e gli animali. Chi me lo ha chiesto non sa che fare sesso con i bambini è un reato, come è reato fare sesso con gli animali. Non sorprende che avesse una mentalità così limitata. Probabilmente considera Mohamed Shaarawy un grande sceicco e Mustafa Mahmoud un illustre studioso di legge. Probabilmente pensa che il mondo stia cospirando contro l’Egitto e che l’omosessualità sia una religione alla quale vogliamo attrarre nuovi adepti.  Non ha modo di formarsi un’opinione al di fuori di quello che sente nella sua famiglia, dagli esponenti religiosi, a scuola e dai media.
 
DOPO
Ho iniziato a temere tutti. Anche dopo essere stata liberata, avevo ancora terrore di tutti, della mia famiglia, dei miei amici, della gente per strada. La paura ha preso il sopravvento. Sono stata colpita da una grave depressione e da disturbi post-traumatici da stress, ho sofferto di ansia profonda e di attacchi di panico. Per questo sono stata sottoposta a terapia elettroconvulsivante, che mi ha provocato problemi di memoria. A quel punto, ho dovuto lasciare il Paese per paura di essere arrestata di nuovo. In esilio, ho perso mia madre. In seguito, ho dovuto sottopormi a un’altra serie di cure terapeutiche anticonvulsivanti, questa volta a Toronto, e ho tentato il suicidio due volte. Quando aprivo bocca balbettavo, in preda al terrore. Non riuscivo a uscire dalla mia camera. La memoria mi si è venuta meno assai rapidamente. Ho evitato di parlare della mia prigionia, mi sono tenuta alla larga da ogni tipo di assembramento, ho cercato di non comparire nei media, perché temevo di perdere facilmente la concentrazione e di sentirmi perduta, sopraffatta dal desiderio di silenzio. Tutto ciò è accaduto mentre perdevo speranza nelle cure. Perdevo la speranza di poter essere guarita. Questa è la violenza che mi è stata fatta dallo Stato, con la benedizione di una società “religiosa per sua stessa natura”.

Tra un estremista religioso barbuto – che vuole ucciderti perché crede di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di conseguenza, incaricato di uccidere chiunque sia diverso da lui –  e un uomo vestito bene, sbarbato, con un telefono nuovo e un’auto costosa, che crede di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di conseguenza, incaricato di torturare e imprigionare chiunque sia diverso da lui istigando altri a esercitare violenza, non c’è differenza. Chiunque sia diverso, chiunque non sia un musulmano sunnita eterosessuale maschio che sostiene il regime al potere è considerato perseguibile, impuro o morto. La società ha applaudito il regime quando sono stata arrestata con Ahmed Alla, un amico che come me ha perso tutto per aver sventolato la bandiera arcobaleno. I Fratelli Musulmani, i salafiti e gli estremisti alla fine si sono detti d’accordo con il potere dominante: hanno assunto una medesima posizione nei nostri riguardi. Hanno convenuto sulla violenza, sull’odio, sul pregiudizio e sulla persecuzione. Forse, sono le due facce di una stessa medaglia.

Non abbiamo trovato una mano tesa ad aiutarci tranne che nella società civile, che ha svolto il suo lavoro malgrado le restrizioni opprimenti. Non dimenticherò mai il gruppo dei miei difensori: Mostafa Fouad, Hoda Nasrallah, Amro Mohamed, Ahmed Othman, Doaa Mostafa, Ramadan Mohamed, Hazem Salah Eldin, Mostafa Mahmoud, Hanafiy Mohamed e altri. Non riesco a ricostruire e ringraziare a parole per iscritto l’impegno della società civile, anche dopo la mia liberazione, ma le parole sono tutto ciò che ho. Quindi, chiedo scusa agli avvocati e al resto della società civile per la mia incapacità a esprimere tutta la mia gratitudine se non con semplici parole di ringraziamento. A un anno di distanza dal concerto di Mashrou’Leila, dopo che è stato vietato ai musicisti del gruppo di rimettere piede in Egitto, dopo una campagna contro gli omosessuali durata un anno, dopo un anno da quando ho annunciato di essere diversa – “Sì, sono lesbica” – non ho dimenticato i miei nemici. Non ho dimenticato l’ingiustizia che mi ha scavato un buco nero nell’anima, lasciandola sanguinante – un buco che i medici non sono stati ancora in grado di rimarginare.

A cura di Francesca Caferri. Traduzione di Anna Bissanti
Questo articolo di Sarah Hegazy, chiusa in carcere e poi esiliata per aver sventolato la bandiera arcobaleno durante un concerto nel 2017, in origine è stato pubblicato in arabo sul giornale indipendente egiziano “Mada Masr” nel settembre 2018. Dopo questi anni di tormento in esilio, pochi giorni fa Sarah si è suicidata. Mada Masr lo ha ripubblicato ieri

Fonte: Repubblica

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