Filippine, condannata la giornalista anti Duterte. Ora rischia sei anni

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BANGKOK – Un nuovo verdetto contro la stampa libera nelle Filippine ha colpito la più celebre giornalista del paese, Maria Ressa, e un suo collaboratore del sito di news online Rappler. La stessa giudice che l’aveva fatta arrestare nel febbraio del 2019 con l’accusa finora inedita di “diffamazione cibernetica” ha emesso stamattina una sentenza di condanna punibile tra i sei mesi e i sei anni di carcere per lo stesso articolo di otto anni fa, dove si denunciava un uomo d’affari sospettato di aver corrotto l’ex capo della Corte suprema Renato Corona mettendogli a disposizione un’auto sportiva di lusso. Ressa e il giornalista Reynaldo Santos Jr, condannati anche a due rimborsi di 8.000 dollari per danni “morali” ed “esemplari” verso l’imprenditore Wilfredo Keng autore della denuncia del 2017, sono stati autorizzati a pagare una cauzione in attesa del verdetto di appello.

Trattenendo a stento le lacrime e con la mascherina sul viso Maria Ressa, ex capo della CNN a Manila, una delle “100 persone dell’anno” secondo la classifica del 2018 di Time, ha parlato ai cronisti presenti fuori dall’aula giudiziaria dov’erano ammesse solo poche persone per le restrizioni del coronavirus. La sentenza – ha detto – è un nuovo “duro colpo per noi giornalisti”, ma non era “inaspettata”, un “ammonimento” per intimidire la stampa. “Se non usi i tuoi diritti, li perderai”, perché “la libertà di stampa – ha aggiunto – è il fondamento di ogni singolo diritto che avete come cittadini filippini. Se non riusciamo a usare il potere di chiedere conto (ai responsabili degli illeciti), non possiamo fare nient’altro”.


Difesa da legali filippini e stranieri tra i quali Amal Clooney, moglie dell’attore George secondo la quale il processo di oggi era “un test per la democrazia”, Maria Ressa è accusata in altri sei casi giudiziari dei quali uno la vede indiziata di aver violato le norme della costituzione che impediscono la proprietà straniera dei media, altro reato ritenuto dalla giornalista solo un tentativo di far chiudere il suo sito di notizie, che ha più volte denunciato gli abusi del presidente Rodrigo Duterte, dalle sanguinose campagne antidroga con migliaia di vittime delle “squadre della morte” agli acquisti illegali di fregate militari che portarono all’arresto di un comandante della Marina.
 
L’articolo “incriminato” citava anche un rapporto dell’intelligence secondo il quale Keng era stato sorvegliato dal Consiglio di sicurezza nazionale per un suo presunto coinvolgimento nel traffico di esseri umani e nel traffico di droga. Da qui l’azione legale intrapresa da Keng 5 anni dopo la prima pubblicazione, quando Rappler mise di nuovo online il testo correggendo il refuso di una sola parola. Per l’identico reato e su ordine della stessa magistrata Rainelda Estacio Montesa, la direttrice esecutiva di Rappler aveva già passato una notte nelle celle dell’Ufficio nazionale di investigazioni tra il 13 e il 14 febbraio dell’anno scorso.

La legge 10175 nota come “prevenzione della criminalità informatica” era stata legalmente usata in un solo altro precedente, ma il caso di Rappler per la sua delicatezza ha subito scatenato la reazione delle organizzazioni dei giornalisti e dei diritti umani. “E’ l’ennesimo abuso del leader filippino che manipola le leggi per perseguitare voci critiche e rispettate dei media qualunque sia il costo finale per il paese”, ha sostenuto Phil Robertson di Human Rights Watch Asia, secondo il quale “il caso Rappler si ripercuoterà non solo nelle Filippine, ma in molti paesi”. Quando il caso della diffamazione cibernetica è stato portato in corte nel 2017, Duterte aveva attaccato esplicitamente Rappler durante il suo discorso sullo Stato della Nazione e perfino vietato alla corrispondente presidenziale l’ingresso alle sue conferenze stampa. Il clima di intimidazione e i timori per le conseguenze ha costretto anche l’ex editore dell’influente Inquirer a vendere il giornale a un imprenditore vicino a Duterte mentre il principale sito tv del paese, ABS CBN ha ricevuto il mese scorso un ordine di chiusura dopo il mancato rinnovo della licenza commerciale.

Maria Ressa ha spesso denunciato una campagna di odio e l’uso dei social media come “arma” contro la libera informazione, con la conseguenza di numerose minacce di morte contro di lei e i suoi collaboratori (una giornalista venne perfino arrestata e tenuta in prigione con il figlio appena nato). Dei sette casi giudiziari ancora in piedi contro Rappler uno riguarda il presunto finanziamento con soldi stranieri del popolare sito internet con milioni di followers in violazione di un’apposita norma costituzionale, tutte accuse da lei respinte come tentativi di imbavagliare una voce libera.

repfilippine condannata la giornalista anti duterte ora rischia sei anni - Filippine, condannata la giornalista anti Duterte. Ora rischia sei anniIntervista Fonte: Repubblica

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