Ai professionisti piacciono le unioni «leggere»: no a società, meglio la rete

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I modelli di aggregazione

Sempre più diffusi i network: preferiti i modelli con meno formalità contrattuali perché permettono di decidere caso per caso come ripartire le parcelle e di ampliare le aree di intervento

di Francesco Nariello

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Sempre più diffusi i network: preferiti i modelli con meno formalità contrattuali perché permettono di decidere caso per caso come ripartire le parcelle e di ampliare le aree di intervento


3′ di lettura

Modelli flessibili, aggregazioni leggere, studi diffusi. Forme di collaborazione nate con l’obiettivo di mettere insieme le forze, ampliare la gamma delle prestazioni offerte -attraverso integrazione di competenze e specializzazioni -, incrementare i flussi di lavoro e realizzare economie di scala sull’acquisto di beni e servizi.

Sono i segni distintivi di molte reti tra professionisti attive sul territorio nazionale: studi di avvocati e commercialisti che – dalla scala locale a quella internazionale – puntano sulla condivisione di parte della clientela e delle attività professionali. Una strada che potrebbe essere fortemente battuta in questa fase di emergenza Covid19, favorendo le aggregazioni per resistere alla crisi.

In molti casi, la spinta a fare massa critica non corrisponde alla volontà di formalizzare fusioni o società tra studi, i quali – sempre più spesso – optano per soluzioni e strutture soft. Ma quali sono i modelli di business adottati? Eccone una panoramica.

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Un percorso significativo è quello che ha portato alla creazione, nel 2014, di LawFed, network tra quattro studi legali – tra le 20 e le 40 unità ciascuno – con basi nei centri nevralgici del tessuto produttivo italiano: da Milano a Roma, da Trieste a Napoli. «La rete – racconta Ruggero Rubino Sammartano, partner di Brsa, uno degli studi del network a spiccata vocazione internazionale – era partita già nel 2004, come gruppo europeo di interesse economico (Geie): un modello che ha tuttavia mostrato limiti in termini amministrativi e di complessità gestionale. Per questo abbiamo virato verso una formula contrattuale più leggera. La rete è oggi una associazione di associazioni e la divisione del lavoro avviene innanzitutto per competenza e, in secondo luogo, per territorialità». Una quota variabile della parcella viene destinata alla rete, il resto – in genere – è suddiviso con tariffa oraria tra gli studi coinvolti.

«Le reti di cui faccio parte sono poco strutturate: spesso fanno perno su rapporti consolidati, fiducia e condivisione di approcci, senza particolari accordi». A dirlo è Marika Bruno, founder di BBPlegal, studio con base a Pisa che aderisce a E-Legalnet, network avviato nel 2004 da cinque professionisti, di diverse città italiane, legati da relazioni personali risalenti agli studi universitari. La rete – una decina di realtà – «segue cause individuali, collettive e seriali, soprattutto sul fronte della contrattualistica». Non c’è quota per associarsi e il criterio preminente per le collaborazioni è la dislocazione territoriale.

Fonte: Il Sole 24ore

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